Intervista di Lucia dell’Asta
La neonata associazione Seriate: recuperare il Centro Storico (già Comitato per il Centro Storico) non nasce dal nulla. C’è stato prima di noi chi in vario modo ha lavorato per la città. Proponiamo per questo un dialogo con Mario Venturi, ex-sindaco di Seriate ed attuale segretario della locale Sezione degli Alpini.
Per incominciare, ci parli un po’ di lei. Quale esperienza ha avuto del Centro Storico e che ricordi ne ha trattenuto?
Sono nato in via Italia, accanto al Comune, perciò ho vissuto da sempre intensamente il centro. Quando eravamo ragazzi i punti di ritrovo erano la Madonnina [del Buon Consiglio] e il sagrato della Chiesa. A volte si restava lì, ad inventare dei giochi, e con noi spesso si fermava l’Arciprete, monsignor Carozzi. Altre volte invece si andava lungo il fiume o per i campi.
E poi, crescendo?
Crescendo naturalmente le cose sono cambiate. A dodici anni mi sono trasferito in una zona di case nuove, ma l’attaccamento ai luoghi in cui ero nato e alla gente è rimasto forte, tant’è che per non allontanarmene ho rifiutato anche delle proposte di lavoro che avrebbero voluto dire andarsene da Seriate.
Quindi per lei l’attaccamento, l’amore per il paese è sempre stato centrale.
Assolutamente.
Cosa difficile da trovare tra i seriatesi di oggi. E in effetti una giustificazione di questo può essere il fatto che Seriate sembra non avere né un’anima nè un volto, motivo per cui è difficile affezionarcisi.
Al contrario, io posso dire con sicurezza di aver vissuto l’anima di Seriate, ne ho fatto veramente esperienza. Certo, non si può nascondere che ad un certo punto siano emersi dei problemi.
E quando secondo lei sono iniziati questi problemi?
Direi dalla fine degli anni Ottanta. Ci sono state tante trasformazioni che hanno creato degli scompensi nella zona, ma per me il problema fondamentale è stato quello dello svuotamento. Già allora la zona del Centro Storico cominciava ad aver bisogno di urgenti interventi di ristrutturazione, ma da una parte non c’erano i soldi per farli, dall’altra il sistema previsto per il riassetto della zona rendeva quasi impossibile avviare realmente i lavori. Il Comune infatti prevedeva che i lavori si attuassero per comparti, cioè per quartieri, per isolati, ma siccome era difficile mettere d’accordo i proprietari dei diversi stabili di un dato comparto, non si riusciva a realizzare mai niente. Insomma, la gente cominciava a desiderare di meglio, e dato che la zona non offriva possibilità ci si spostava fuori. Così Seriate ha cominciato ad allargarsi, a crescere (ma questa in realtà era una tendenza cominciata già negli anni Sessanta, direi). Io stesso, come ho detto, presto ho cambiato casa. E non ti accorgi subito del problema, ma col senno di poi ho visto che è stato questo progressivo svuotamento del centro, anche giustificato o comunque non senza ragioni, che lo ha fatto un po’ morire.
Lei è stato sindaco proprio negli anni Novanta. Cosa avete fatto per sanare questa situazione?
I progetti sono stati tanti. Innanzitutto, per primi, abbiamo risolto il problema delle ristrutturazioni per comparti, introducendo un sistema diverso, per cui si potevano sistemare le singole proprietà. In sostanza è stato fatto un censimento delle unità immobiliari, di modo che ad ogni proprietà corrispondesse una scheda. Ciascuna scheda riportava quali erano le superfetazioni da eliminare e che tipo di interventi si potevano realizzare. È stato una piccola rivoluzione per la città. Un altro progetto era quello di una passerella pedonale parallela al ponte della Chiesa. Sarebbe dovuta partire dal Centro Anziani per sbucare in piazza Bolognini, per la quale si era fatto un progetto di recupero urbano: così si sarebbe rivitalizzata la zona e più gente avrebbe potuto passare con tranquillità il fiume senza l’auto. Ma quest’ultima e altre idee non sono andate in porto, purtroppo.
Ci parli ora invece come alpino. Per il Centro è stato un vero peccato che la sede degli Alpini abbia lasciato via Tasca. Era un punto di riferimento caro ai cittadini.
È capitato che ci venisse offerta una sede più grande, ed è stato meglio per noi spostarsi. Anche in questo caso, comunque, ho a lungo coltivato il sogno di creare nella vecchia sede un centro unico per le associazioni d’Arma, ma per una cosa o per l’altra non è stato possibile farlo.
Quale prospettiva vede oggi per il Centro?
Certo la situazione non è rosea. Sono convinto che solo riportando la gente nel Centro lo si può far rivivere; ma per riportare qui la gente bisogna creare delle condizioni adeguate, il che vuol dire riqualificazione e ristrutturazione. A costi oggi, purtroppo, molto elevati.
Così secondo lei sarebbe possibile ritrovare quell’anima di Seriate che oggi sembra perduta?
Non lo so, ripeto che la vedo dura. Anche perché mi sto accorgendo che chi non ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza viva di questi posti fa fatica a capirli, e quindi ad agire di conseguenza. Forse l’unico modo per sbloccare la situazione è quello di rivitalizzare la sensibilità per il luogo, comunicare l’esperienza vissuta.
Trasmettere l’amore che la gente come lei ha per questi posti?
Esattamente.
Ecco dunque una pista per affrontare il lavoro che aspetta l’Associazione e la città tutta: innanzitutto capire l’attaccamento che certe persone hanno per il Centro, e poi provare a farlo proprio. Solo con uno sguardo affettuoso verso la città si potranno affrontare i punti critici e le difficoltà che Mario Venturi, con grande onestà, non ci ha nascosto.
